


VITERBO - Mutti, “Molto più che pomodoro” – Guarda qui lo spot: https://www.youtube.com/watch?v=EFaya1ZwoNw

Lavorano senza sosta, amano la terra che solcano, usano giudizio e si sudano la maglia: non è quella di un team qualsiasi, bensì il riconoscimento più solerte agli sforzi del proprio mestiere. Loro sono gli agricoltori Mutti, che, incoraggiati dai produttori a rendere eccellenza le proprie fatiche, ricevono incentivi da reinvestire nella stessa qualità dei pomodori.
Si tratta non solo di una narrazione esplorativa e commovente, sorretta da un fluire di immagini verosimili, bensì dello spot più recente di Mutti: un documento di resilienza, capace di certificare le radici nostrane dei raccolti e l’affidabilità dei prodotti che scegliamo.

L’uso quotidiano del pomodoro in barattolo ci è mostrato da una cucina in dissolvenza, alle spalle di una donna che “assaggia” con l’olfatto la passata. È il controllo qualità più sensato e richiesto: quello del cliente, da non straniare con strategie vulcaniche e da inserire, invece, con titolarità nella catena produttiva. Il pomodoro Mutti è a fianco a un vivace formato di pasta, racchiuso esso stesso in un barattolo, per favorirne una conservazione ergonomica: questo è forse lo spaccato più emozionante tra quelli proposti dal girato. Il suo fulcro ruota attorno al concetto del consumo famigliare.

La voce narrante, come la conduzione famigliare del brand richiede, è quella dell’amministratore delegato Francesco Mutti: il dirigente è inquadrato in chiusura al filmato, il quale non si scatena con effetti speciali, ma ritrae la natura umile di un marchio divenuto storico. Facciamo, però, un balzo all’indietro. Come siamo arrivati, dal cuore infaticabile degli agricoltori, alla storia del brand e alle sue cariche manageriali?
Cerchiamo di essere osservatori cauti, sottolineando eventuali punti di tensione e momenti con un potenziale narrativo inferiore. Nessuno, dice Mutti, ha mai avuto in cameretta il poster degli agricoltori né ha avuto mai l’occasione di immortalarli in un selfie: si tratta della stringa testuale più pregna di significato e più velatamente critica, soprattutto verso una contemporaneità più competitiva che sentimentale. I volti attoriali degli agricoltori, paradossalmente, appaiono sbiaditi rispetto alla forza del claim: l’uso che ne è stato fatto non ha enfatizzato le loro fisionomie, i loro sguardi o il ritmo dei loro passi, ma l’unione in un lavoro ancorato ad antichi valori.

I ragazzi, però, non mollano di un centimetro, perché – continua Mutti – “sono i nostri campioni” (“che si vinca o che si perda”): la tensione inizia a diventare non più un elemento di fondo, ma un coro di voci pienamente coinvolte nel progetto (e nei processi). I volti femminili sono adeguatamente attenzionati, a dispetto del focus iniziale sulla forza maschile nei campi.
Ma cos’è, di fatto, che premia lo sforzo – e non lo sfarzo – dei successi di Mutti? Il Pomodorino d’Oro, premio nato nel 2000 e assegnato ai migliori agricoltori dell’azienda: un compenso in denaro per la qualità dei raccolti, che fa da corollario all’impegno già valevole di nobilitare i frutti della terra.
I punti di indagine per lo spettatore sono, quindi, la spesa fisica, la ricompensa e la filiera, una versione amplificata dei contesti di fiducia quotidiani. Mancano, apparentemente, alcune aree da raccontare: le relazioni costruttive tra i singoli agricoltori e la ricezione del prodotto in contesti molto diversi, dalla famiglia numerosa al nucleo ristretto o più semplice.
La scelta di realizzazione, però, è stata mirata, e non fa che mettere in luce un caposaldo: non è il premio a conferirci la partita, ma la partita, quando giusto, a donarci un premio atteso. Siamo noi i protagonisti della nostra terra: amiamola, valorizziamola e permettiamole di ospitarci con amore.